Due dei più famosi quotidiani americani, il Guardian e il New York Times, hanno pubblicato una serie di articoli che dimostrano l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online che si chiama Cambridge Analytica.

Quest’ultima è dotata di modelli e algoritmi di grande potenza, tali da poter tenere traccia di tutti i “Mi piace”, commenti e varie di ogni singolo utente. Ciò permette di creare dei veri e propri “broker di dati”, tali da creare pubblicità ad hoc per ogni singolo utente.

Non è una novità andare su Amazon per cercare il prezzo di un prodotto, chiudere il browser, riaprilo per qualche motivo e trovarsi una pubblicità (manco a farlo apposta) di quel prodotto. Ecco, questo è proprio quello che farebbe la Cambridge Analytica.

Fino a qui nulla di strano, se non che queste pubblicità hanno una tale “forza” sulla gente, da poter alterare anche le loro emozioni.

Ma come funziona realmente?
Se ne occupa un algoritmo sviluppato dal ricercatore di Cambridge (da qui il nome dell’azienda) Michal Kosinski, che da anni lavora per migliorarlo e renderlo più accurato.
Il modello è studiato per prevedere e anticipare le risposte degli individui.

Kosinski sostiene che siano sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner. Con una quantità ancora maggiore di “Mi piace” è possibile conoscere più cose sulla personalità rispetto a quante ne conosca il soggetto.

A questo aggiungiamo che. nel 2014, un altro ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, realizzò un’applicazione che si chiamava “thisisyourdigitallife” (letteralmente “questa è la tua vita digitale”), una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte.

Questa app è stata capace di memorizzare informazioni di vario tipo su 50 milioni di profili Facebook. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Il social network vieta infatti ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono sugli utenti.

Quali sono state le “possibili” conseguenze di tutto ciò?
Grande scalpore ha avuto sulle elezioni americane, con Trump vincitore. Nell’estate del 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale. Jared Kushner, il genero di Donald Trump, aveva assunto un esperto informatico, Brad Pascale, che era poi stato contattato da Cambridge Analytica per fargli provare le loro tecnologie.

Steve Bannon, all’epoca capo di Breitbart News e manager della campagna elettorale, sostenne l’utilità di avere una collaborazione con Cambridge Analytica, di cui era stato vicepresidente. Non sappiamo quanto l’azienda abbia collaborato né con quali strumenti, ma dalle indagini condotte finora (giudiziarie, parlamentari e giornalistiche) sappiamo che comunque l’attività online pro-Trump fu molto organizzata e su larga scala.

Di tutto ciò, comunque, non si ha nessuna prova ufficiale. Le tesi continuano a nascere ed evolversi, ma la verità, per ora, non si sa…